Bastasse un’aspirina…

B

L’onorevole Filippo Lombardi, a proposito di Billag, se n’è nuovamente uscito con una delle sue esternazioni, con le quali, pretendendo di fare dell’umorismo, calpesta la più elementare ragionevolezza. Tutti ricordano la sua affermazione secondo la quale le vittime di Chernobyl si sarebbero contate sulle dita di una mano, volgarmente offensiva per le migliaia di morti accertati e le decine di migliaia stimati, quando anche i russi hanno cominciato ad ammettere le loro responsabilità.

Ora, sul fatto che l’iniziativa sia scombinata, che il rimedio rischia di esser peggiore del male, che non si gettano i pupi con l’acqua sporca si può certo discutere, ma banalizzare la gravità della situazione con il paragone dell’influenza da guarirsi con un’aspirina e non con la ghigliottina mi pare davvero poco onesto. Perché quell’acqua proprio pulita non lo è davvero.

Premetto che da sempre guardo alla nostra televisione con l’affetto di chi il pupo l’ha seguito in fasce e l’ha visto crescere.

Sono infatti stato uno dei primi lettori del telegiornale, nelle rimesse dei tram di Paradiso, quando si strappavano le pagine da un’antidiluviana telex e ci si precipitava a leggere, con i piedi sull’asfalto e i binari tra le gambe, a prima vista, notizie battute senza maiuscole né punteggiatura da qualcuno che a Zurigo la lingua italiana non la padroneggiava proprio. Per cui, tra una battaglia in Vietnam e l’altra, scoprivi che nella città sulla Limmat esiste un “ospedale Bürger” e altre simili amenità.

Era tuttavia l’epoca pionieristica, dove se non erro bastavano venticinque addetti per coprire la totalità della programmazione. Con una sola annunciatrice, la mitica Mascia, pochi professionisti tolti alla radio, come Marco Blaser, e Gigi Grigioni che spennellava d’azzurro fondali multiuso, tanto sulle onde si andava in bianco e nero. Un’atmosfera cordiale, amichevole, entusiastica come spesso quando si fa del nuovo.

Ma è durata poco. Quando, trasferiti gli studi a Besso, mi è stata proposta la direzione dell’attualità, mi sono ben guardato dal tuffarmi nel panier de crabes che la TSI stava ormai diventando. Sintomi di un male le cui metastasi sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Non mi riferisco al periodo, gli anni di piombo, in cui la redazione del TG a Zurigo era dominata da quella che, in ambiente giornalistico, era stata battezzata “la banda dei quattro”. Acqua passata, comprensibile seppur non giustificabile, in quel contesto di estrema radicalizzazione, che aveva visto parte dello storico PS, il PSA, uscire dall’Internazionale socialista per aderire a quella comunista. Un periodo in cui si son sentite venire dallo schermo affermazioni quali il fatto che il Tibet era “entrato” (oh, che bello: andiamo tutti a Pechino!) nella Repubblica Popolare Cinese, oppure che le vittime dell’invasione dell’Ungheria nel 56 erano state “trecento” (quelle di un panzer che nella folla di Budapest mette per sbaglio la marcia indietro).

Penso purtroppo agli anni più recenti, dove la megalomania di Comano, forte della situazione di monopolio, ha moltiplicato poltrone, poltroncine e strapuntini occupati troppo spesso da personale non qualificato. Da cui lettori che ignorano la pronuncia delle lingue nazionali, delle località romande o francesi in particolare, che occupano i microfoni con difetti di pronuncia insopportabili o irritanti cantilene, che ignorano le leggi della curva intonativa dell’italiano, appiccicano una frase all’altra, eliminando il punto fermo, come se non capissero affatto quanto il gobbo loro propina. Ma che naturalmente sono stati pescati oltre confine, spesso fra gli aderenti a CL, che ha ormai colonizzato l’attualità e rosicchia bellamente gli altri settori. Come è successo all’USI. Non si potevano formare in tempo giovani ticinesi? Per non parlare poi degli sprechi faraonici che sembrano non scandalizzare nessuno, come se fosse normale che un neodirettore pretenda, pare, di arredare il proprio studio con la modica somma di 350 000 franchi.

Roba che neanche Ermotti… O che per ogni cavolata di ben scarso rilievo si mandino squadre sovradimensionate in alberghi a quattro stelle.

Se, nonostante il tamtam mediatico assordante che inculca la necessità di votare no, non pochi accetteranno invece l’insidiosa “No Billag”, lo si dovrà soprattutto al fatto che a personaggi come il supponente Canetta non passeranno mai per l’anticamera del cervello ammissioni quali un modesto “mea culpa”.

Domenico Bonini

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