Globalizzazione e valori locali

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Data ormai da qualche anno la violenta polemica che la destra populista (o,se si preferisce, di stampo fascistoide) inscena contro le politiche di apertura che i governi occidentali (con diverse sfumature) operano nei confronti degli stranieri. Un fenomeno che caratterizza tutto il mondo occidentale: da quasi tutte le nazioni europee, in parecchie delle quali questi movimenti xenofobi hanno riscosso importanti successi elettorali, agli Stati Uniti, sulla scia dell’elezione di Trump, che misconosce (tra gli altri principi) la tradizionale politica di accoglienza del suo paese. Del resto, neppure nel nostro piccolo ne siamo immuni: basti pensare alle ricorrenti leghiste invettive domenicali contro gli “ spalancatori di frontiere”.

Un concetto che viene spesso evocato da questo modo di concepire la società è quello di confine, che dovrebbe costituire un argine all’indesiderata presenza, spesso indicata come “ invasione “. In realtà la parola confine ha, secondo gli antichi romani, un’origine sacra, essendo esso tracciato dal sacerdote per delimitare lo spazio religioso, per cui, citando il filosofo Giacomo Marramao, “ l’idea di confine reca in sé un’ambivalenza che, accanto al significato di margine ultimo, di linea terminale, richiama il senso della condivisione con un’alterità o un’estraneità esclusa. Confine non è semplicemente limite, ma limite con-diviso. “ E’ questo significato che dovrebbe sempre essere presente, nel considerare i rapporti tra la nostra patria e le nazioni confinanti: la presenza di differenze, ma anche di valori comuni.

Questo dialogo tra valori diversi ma anche congruenti si presenta pure se si considerano gli effetti di quel fenomeno che ha caratterizzato il mondo intero negli ultimi decenni: la globalizzazione. Resa possibile dalla sempre maggiore facilità di comunicazione tra le diverse parti del nostro pianeta, sia nelle relazione tra gli uomini a dipendenza della facilità di spostamento (si pensi allo sviluppo del traffico aereo) sia nelle trasmissione di messaggi da un capo all’altro senza nessun intervallo temporale, grazie a internet e agli altri sistemi comunicativi, la mondializzazione ha prodotto una sostanziale modifica nel concetto di frontiera: non la sua abolizione formale, ma un suo superamento costante. Ciò ha prodotto, quale fenomeno più macroscopico, l’unificazione del mondo finanziario, con il passaggio rapidissimo dei capitali da un capo all’altro, e quindi una concezione totalmente diversa dell’economia. Con conseguenze determinanti anche sulla politica, che di essa è sempre stata, in un modo o in un altro, dipendente: già quasi un secolo fa il filosofo americano John Dewey affermava che “ la politica è l’ombra proiettata sulla società dai grandi interessi economici. “

L’effetto più significativo, oltre ai suoi lati positivi, è consistito nella graduale perdita di peso politico delle singole nazioni, con il relativo distacco delle loro popolazioni dai poteri statali: una situazione che ha prodotto ripercussioni dai molteplici inconvenienti: per esempio, con la perdita di potere della Stato ha perso di efficacia un suo fondamentale rapporto con i cittadini: quello di garantire la sicurezza delle persone e la convivenza delle stesse. E ciò sia per quanto concerne l’aspetto di protezione fisica degli individui, sia per la protezione economica dei ceti più deboli, indebolendo una conquista intervenuta a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè lo Stato sociale.

La reazione contro questi pesanti inconvenienti ha inevitabilmente prodotto un’avversione verso la globalizzazione, e un ritorno alla patria locale: non necessariamente alla nazione nel senso classico, ma a diverse forme di localismo. Le quali hanno pure rivestito aspetti sconcertanti: primo fra tutti un pernicioso nazionalismo e il rifiuto dello straniero, con la concezione dei confini intesi come separazione e non come condivisione. In questa situazione, a chi è consapevole delle difficoltà che, a livello mondiale, sta prospettando il futuro, e dell’incerto avvenire che attende le nuove generazioni, non si prospetta che una soluzione: valorizzare e contemperare gli aspetti positivi delle due contrapposte realtà, per ottenere una ragionevole piattaforma di azione. Se la mondializzazione è la tesi e la realtà locale l’antitesi, la sintesi dovrà essere una razionale mescolanza dello sviluppo tecnologico e dei valori universalmente riconosciuti recati dalla prima con i pregi che scaturiscono dai dati culturali storici e umani forniti dalla seconda.

In questo contesto, il sopra citato filosofo ha coniato il concetto di “ universalismo della differenza “. Prendendo in considerazione l’emergere di nuove potenze economiche non appartenenti al mondo occidentale egli osserva: “ il giungere alla ribalta di nuovi protagonisti dal retroterra storico e antropologico-culturale sensibilmente o radicalmente diverso da quello dell’Occidente sta a dimostrare che il capitale globale, malgrado l’immane dispiegamento di potenza finanziaria e l’esposizione universale di immagini e loghi della forma-merce, è in grado di dar luogo a un mercato globale, ma non di produrre una società globale. Messo a confronto con contesti di civiltà differenti, il capitale globale si trova costretto, come un camaleonte, ad adattarsi alle basi etiche e alla forme socioculturali preesistenti, determinando così forme ibride e per molti aspetti inedite di capitalismo. “ In questa realtà, un ruolo importante, e differenziato sia dalla potenza americana sia dalle economie nazionali emergenti (in primo luogo la Cina), può essere chiamata ad esercitarlo l’Europa, fornendo una sua risposta autonoma e un modello alternativo.

Ed è proprio l’Europa la maggior preoccupazione per l’avvenire del nostro Paese. Il quale si trova a essere (a prescindere dai suoi rapporti giuridici con l‘Unione europea) proprio al centro del continente e quindi, viste anche le moderne possibilità di comunicazione, in totale connessione con quanto accade attorno a noi. Di conseguenza una regolamentazione dei rapporti con l’entità giuridica e politica ora formata da 27 Stati è indispensabile. Prova ne sia la sottoscrizione dei numerosi contratti bilaterali, non solo su tempi economici ma anche attinenti alle persone dei cittadini, resi necessari dall’infausto rifiuto dello Spazio economico europeo del 1992, e in buona parte approvati anche con votazione popolare. Una collaborazione della Svizzera con l’Europa è di importanza vitale, anche se ciò può comportare delle concessioni. Ma constatando che l’entrata della Confederazione nell’UE (viste le difficoltà che questa registra per esprimere un compiuto ordinamento democratico, e visto pure che parecchi Stati dell’est europeo vivono in regimi tutt’altro che democratici) è ora impraticabile, e che l’attesa sarà probabilmente lunga, è necessario ingoiare qualche rospo. L’ultimo dei quali è il cosiddetto “ miliardo di coesione “che il Consiglio federale propone di versare all’UE, destinato proprio a quei paesi (Ungheria, Polonia, e altri) dove imperversano governi di stampo fascista e clerico-fascista, e che sono la fonte di esportazione di queste ideologia in tutta Europa. Il fatto che l’aiuto elvetico sia destinato (quale contributo definito volontario, ma in realtà concesso per mantenere le indispensabili collaborazioni con i partner europei) a combattere la disoccupazione giovanile è di scarso sollievo poiché, tutto sommato, esso aiuterà economicamente regimi che soffocano la libertà e la democrazia. Per cui, se non è accettabile l’indignato rifiuto di questo importo da parte degli ambienti oltranzisti (UDC e “Mattino” in testa) , esso non può però essere rifiutato, considerando ragionevolmento gli interessi del nostro paese . E ciò in attesa che maturino tempi migliori, sia per le democrazie europee, sia per le prospettive delle giovani generazioni.

Diego Scacchi

Articolo apparso sulla Regione del 4 gennaio

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